Manifesto tecnico della pittura futurista

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Giacomo Balla (Torino, 1874-Roma, 1958), la cui adesione al , dopo gli inizi veristi e divisionisti, è tale da indurlo a firmarsi «», approfondisce soprattutto il problema della rappresentazione, sulla superficie immobile del quadro, della continuità del movimento, ossia dello spostamento continuo di un oggetto nello spazio.

L’idea è quella enunciata nel Manifesto tecnico della pittura futurista: «Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi ma appare e scompare incessantemente. Per la persistenza della immagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono. Cosi un cavallo in corsa non ha quattro gambe: ne ha venti e i loro movimenti sono triangolari.

Tutto in arte è convenzione, e le verità di ieri sono oggi, per noi, pure menzogne. Affermiamo ancora una volta che il ritratto, per essere un’opera d’arte, non può ne deve assomigliare al suo modello, e che il pittore ha in sé i paesaggi che vuole produrre. Per dipingere una figura non bisogna farla, bisogna farne l’atmosfera. Lo spazio non esiste più: una strada bagnata dalla pioggia e illuminata da globi elettrici s’inabissa fino al centro della terra. Il Sole dista da noi migliaia di chilometri; ma la casa che ci sta davanti non ci appare forse incastonata nel disco solare? Chi può credere ancora all’opacità dei corpi, mentre la nostra acuita e moltiplicata sensibilità ci fa intuire le oscure manifestazioni dei fenomeni medianici? Perché si deve continuare a creare senza tener conto della nostra potenza visiva che può dare risultati analoghi a quelli dei raggi X? […] Le sedici persone che avete intorno a voi in un tram che corre sono una, dieci, quattro, tre; stanno ferme e si muovono; vanno e vengono, rimbalzano sulla strada, divorate da una zona di sole, indi tornano a sedersi, simboli persistenti della vibrazione universale. E talvolta sulla guancia della persona con cui parliamo nella via noi vediamo il cavallo che passa lontano. I nostri corpi entrano nei divani su cui ci sediamo, e i divani entrano in noi, cosi come il tram che passa entra nelle case, le quali alla loro volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano.

La costruzione dei quadri è stupidamente tradizionale. I pittori ci hanno sempre mostrato cose e persone poste davanti a noi. Noi porremo lo spettatore al centro del quadro».

Uno dei primi capolavori di Balla, come Boccioni proveniente da una formazione artistica tra verismo sociale e divisionismo, è un caso d’esemplare applicazione di questi principi: Lampada ad arco  è la traduzione formale dell’invito marinettiano ad «uccidere il chiaro di luna» e a celebrare le «violente lune elettriche», ma si pone soprattutto come monumento alla modernità e alla tecnica.

Alla poetica sentimentalista dei tramonti e delle albe, dei notturni e dei paesaggi viene contrapposta la nuova poesia di globi incandescenti che diffrangono il nero della notte nella miriade di colori-luce.

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